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12 SCRITTRICI

Trittici

«… è come se gli oggetti quotidiani fossero per lei sempre prigionieri dei ricordi. Possiedono una loro intimità, una storia che è il caso di narrare. Con uno scatto, Sveva entra nello spazio che li circonda per sottrarli allo scorrere del tempo e, appunto, alla dimenticanza: l’immagine cristallizzata – ieri un divano o un gesto, oggi una tazza azzurra e un cucchiaio somalo – crea una sorta di resistenza, anelata dalla fotografa e quasi necessaria, e ciò spiega la ragione per la quale il suo effetto è spesso emotivo e mai persuasivo. Nel corso di questi anni, osservandola di soppiatto e talvolta cercando di frapporre una certa distanza con il suo lavoro, mi sembrava di vederla inseguire qualcosa che fosse in relazione con il passato, cercando di conciliare fotografia e memoria. Inconsapevolmente è forse una operazione che compiamo tutti quando guardiamo una nostra fotografia; in Sveva però la memoria è forzatamente, inevitabilmente eteropatica. Dietro c’è il tentativo, a volte anche morboso o ansiogeno, di sentire come l’altro. Da qui il desiderio di isolare frammenti di vita immaginando l’uso che ne è stato fatto e i segreti che conserva, come se potessero parlare. Da qui proviene indubbiamente quella nostalgia che ci coglie ogni volta che posiamo gli occhi sui suoi scatti. [...]

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